
Prima di addentrarci nell’analisi clinica, è doverosa una chiarezza preliminare: negli ultimi anni la terminologia tecnica nei Tribunali è radicalmente cambiata. La PAS (Sindrome di Alienazione Parentale) e il concetto stesso di alienazione sono stati espulsi dalle aule di giustizia per carenza di validità scientifica. Tuttavia, l’eliminazione di un’etichetta psichiatrica non cancella la realtà fenomenica: se la PAS come “malattia” non esiste, esistono eccome le condotte ostative, i comportamenti manipolatori e il conflitto di lealtà a cui viene sottoposto il minore. Oggi i giudici non cercano più una sindrome nel bambino, ma accertano i fatti concreti operati dagli adulti. Questo boicottaggio della figura genitoriale non ha genere: come dinamica psicologica può essere agito sia da uomini che da donne a seconda dei rapporti di forza. Tuttavia, quando si innesta in contesti di grave asimmetria e violenza di genere, si trasforma in violenza vicaria, dove il figlio diventa lo strumento definitivo per distruggere l’ex partner.
Per anni alle vittime di violenza relazionale è stato ripetuto un messaggio apparentemente semplice: denunciare, separarsi, allontanarsi.
Come se la fine formale della relazione coincidesse automaticamente con la fine dell’abuso.
Dal punto di vista clinico, nelle relazioni caratterizzate da manipolazione coercitiva, controllo psicologico e dinamiche relazionali patologiche, molto spesso non accade affatto questo.
La separazione non interrompe necessariamente il trauma. In numerosi casi ne rappresenta piuttosto una trasformazione.
Dal punto di vista clinico, nelle relazioni caratterizzate da manipolazione coercitiva, controllo psicologico e dinamiche relazionali patologiche, molto spesso non accade affatto questo.
La separazione non interrompe necessariamente il trauma. In numerosi casi ne rappresenta piuttosto una trasformazione.
Nelle forme di abuso psicologico più complesse, infatti, la violenza raramente si manifesta in modo visibile: non sempre ci sono urla, aggressioni fisiche o minacce esplicite.
Molto più spesso il controllo operato dai partner disfunzionali (anti-sociali, narcisisti patologici maligni) si struttura attraverso:
- pressione comunicativa continua;
- invasione dei confini psichici;
- manipolazione passivo-aggressiva;
- destabilizzazione emotiva;
- triangolazioni;
- micro-sabotaggi relazionali;
- colpevolizzazione cronica;
- utilizzo di terzi come estensione del conflitto.
Il trauma che ne deriva, non è da attribuirsi a un singolo evento, ma dalla reiterazione costante di micro-invasioni che impediscono alla vittima di recuperare una reale sensazione di separazione psicologica e sicurezza interna dopo anni di abusi. Si tratta quindi di micro ri-traumatizzazioni continue che impediscono la remissione o il lavoro sul trauma, perché “mantengono aperta la ferita” e non sempre il partner abusato con figli può operare NO CONTACT.
Molte persone abusate vivono in una condizione di allerta permanente: telefonate, richieste incessanti, puntualizzazioni, interferenze organizzative, controllo indiretto attraverso i figli, utilizzo delle reti familiari o sociali come canali di accesso e destabilizzazione.
In molte separazioni ad alta conflittualità, (dove la conflittualità non è sempre responsabilità di entrambi) il minore rischia di rappresentare il ponte relazionale permanente tra la vittima e il soggetto abusante.
Il figlio può essere progressivamente coinvolto in dinamiche di:
- raccolta indiretta di informazioni;
- richieste implicite di lealtà;
- sabotaggio del progetto di bigenitorialità***
- regolazione emotiva del genitore disfunzionale;
- triangolazione familiare;
- compensazione affettiva;
- controllo a distanza sull’ex partner.
Molte vittime descrivono una sensazione estremamente dolorosa e difficile da spiegare socialmente: quella di assistere lentamente a una forma di “furto psicologico” del figlio, non nel senso giuridico di sottrazione materiale del minore, ma nella percezione progressiva che il legame genitoriale venga costantemente invaso, manipolato e utilizzato come strumento di controllo.
La persona traumatizzata assiste spesso alla costruzione di reti parallele attorno al figlio: alleanze familiari ambigue, figure esterne coinvolte impropriamente nel conflitto, contatti indiretti, dinamiche relazionali che bypassano progressivamente il genitore percepito come più fragile o “problematico”. Il risultato è una sensazione crescente di erosione del proprio spazio simbolico, affettivo e genitoriale.

Dal punto di vista clinico, uno degli aspetti più drammatici è che queste dinamiche producono nella vittima adattamenti traumatici profondi:
- ipervigilanza;
- bisogno di controllo ambientale;
- paura continua di essere invasi;
- saturazione cognitiva;
- alterazione del senso di sicurezza;
- monitoraggio costante delle dinamiche relazionali.
Su questo tema ho scritto due e-book
- The “Watchdog Syndrome”: Conseguenze dell’Abuso Narcisistico Genitoriale tra Trauma Complesso (C-PTSD) e Personalità Post-Traumatiche
- LA VITTIMA “INVISIBILE” DEL NARCISISTA COVERT: IL TRAUMA AFFETTIVO DA DEPRIVAZIONE NELL’ABUSO NARCISISTICO COVERT

Alcune reazioni se osservate superficialmente, vengono spesso reinterpretate come:
“paranoia”,
“conflittualità”,
“ossessione”,
“alienazione”,
“incapacità di lasciar andare”.
È proprio qui che si struttura la vittimizzazione secondaria. Nelle reazioni considerate parte del conflitto, ma che si configurano come ABUSI REATTIVI: la risposta traumatica della vittima viene patologizzata mentre il sistema relazionale che l’ha prodotta continua a restare invisibile.
Parallelamente, il partner abusante può mantenere all’esterno un’immagine perfettamente integrata: genitore presente, persona disponibile, individuo apparentemente collaborativo o persino vittima.

Ciò accade perché la persona traumatizzata appare eccessivamente spaventata, emotivamente esausta, irritabile, focalizzata sul controllo delle dinamiche relazionali e continuamente preoccupata per possibili invasioni o destabilizzazioni e in questo panorama, uno degli aspetti più dolorosi riguarda la scoperta tardiva che spesso la rete familiare originaria non rappresenta realmente uno spazio protettivo e può anzi colludere con l’ex partner abusante.
Alcune vittime non possono contare neanche sulla rete familiare e comprendono nel momento della separazione che anche genitori, parenti o figure storicamente percepite come “famiglia” risultano profondamente invischiati in dinamiche di collusione, minimizzazione o dipendenza patologica dal sistema abusante e iniziano anche a chiedersi perchè, scoprendo in terapia che anche loro a sua volta sono stati figli di genitori gravemente disfunzionali. Per questo motivo, in molti casi, separarsi dal partner significa anche perdere progressivamente la rete di sostegno primaria.

L’isolamento che ne deriva contribuisce a determinare un corto-circuito di violenza psicologica cronica e rinforza il trauma; la desertificazione relazionale della vittima può avvenire lentamente attraverso:
- erosione della credibilità;
- triangolazioni familiari;
- svalutazione indiretta;
- alleanze ambigue tra parenti;
- esclusione progressiva dal nucleo familiare;
- perdita del supporto economico e affettivo;
- logoramento costante del senso di appartenenza.
La vittima si ritrova così intrappolata in un paradosso devastante: più tenta di spiegare il sistema abusante, più rischia di apparire destabilizzata agli occhi del sistema stesso e anche di chi dovrebbe difenderla.

La violenza psicologica non sempre fa rumore: spesso distrugge lentamente attraverso il controllo invisibile, l’invasione cronica dei confini, l’erosione delle reti di sostegno e la progressiva trasformazione della vittima nella figura “problematica” agli occhi dell’ambiente.
Ed è proprio questa forma di abuso sistemico, sottile e cumulativo che ancora continua troppo spesso a non essere riconosciuto in ambito giudiziario, clinico e socio-relazionale.
Dott.ssa Silvia Michelini
NOTE IMPORTANTI
*Riferimento al concetto di “furto del figlio” approfondito da Marina Marconato nei suoi studi E TESTO Violenza domestica. Il furto del figlio (Aracne Editore) sulle dinamiche manipolatorie e relazionali che subisce la donna nelle separazioni conflittuali con un partner affetto da narcisismo patologico.
L’opera esamina approfonditamente le dinamiche abusive della violenza vicaria e della violenza di genere, concentrandosi su tre pilastri:
- Sottrazione dei minori: l’espressione “furto del figlio” descrive l’allontanamento forzato o la manipolazione del minore operata dal partner maltrattante per colpire la madre.
- Violenza domestica: analisi trasversale del fenomeno dal punto di vista affettivo, economico, sociale e psicologico. [1]
- Riforma normativa: il testo sostiene una specifica proposta di legge per modificare il Codice Civile in materia di affidamento esclusivo in contesti di abusi familiari

**Nota sul principio di bigenitorialità e dinamiche di vittimizzazione secondaria nei tribunali: La bigenitorialità, introdotta in Italia dalla Legge 54/2006, garantisce il diritto del minore a mantenere una relazione significativa con entrambi i genitori. Tuttavia, nei casi in cui sia presente una storia di maltrattamenti, l’interpretazione distorta di questo principio si trasforma spesso in un’arma di vittimizzazione secondaria. Il principio della bigenitorialità (L. 54/2006) infatti – presuppone una maturità psico-affettiva e una reale volontà dei genitori di cooperare per superare la crisi separativa. Tuttavia, nei contesti caratterizzati da personalità disfunzionali, il mantenimento e l’esasperazione del conflitto vengono utilizzati da una delle parti come meccanismo di difesa o di controllo strategico. Tali soggetti sono in grado di manipolare il contesto relazionale e istituzionale, ribaltando surrettiziamente le responsabilità in modo da far apparire l’altro genitore come la causa del conflitto o come figura “ostativa”.
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- Nelle dinamiche a prevalenza maschile (violenza domestica): si traduce nella sottovalutazione dei maltrattamenti e nella colpevolizzazione della madre che tenta di proteggere sé e i minori, costringendoli a mantenere contatti con il partner abusante.
- Nelle dinamiche a prevalenza femminile (condotte ostative): si realizza attraverso false accuse strumentali o manipolazioni alienanti contro il padre, minimizzate dal sistema giudiziario come “semplice conflittualità” ed esasperate dal pregiudizio culturale della maternal preference.
Come possiamo separare la violenza che un abusante opera sul suo partner o ex partner dalla sua capacità genitoriale e considerarlo comunque un buon genitore?
