Il mito della normalità: quando ciò che chiamiamo “sano” è solo ciò a cui ci siamo abituati
Negli ultimi anni, il lavoro di Gabor Maté è entrato con forza nel dibattito pubblico, non solo clinico ma culturale. La sua traiettoria personale — dall’infanzia segnata dall’eredità dell’Olocausto, fino al lavoro con le dipendenze nei contesti più marginali di Vancouver — ha contribuito a costruire uno sguardo radicale: quello di chi non separa la malattia dalla storia, né il sintomo dal contesto.
Nel suo libro The Myth of Normal, scritto con il figlio Daniel, Maté mette in discussione un presupposto implicito della nostra cultura: che ciò che è diffuso sia anche sano. Ed è proprio qui che si apre una frattura.

Normalità non è sinonimo di salute
Nel linguaggio medico, “normale” ha un significato preciso: indica un intervallo entro cui l’organismo può funzionare senza collassare. Ma questo criterio, quando viene trasferito alla società, diventa pericolosamente fuorviante.
Ci abituiamo a condizioni disfunzionali — isolamento, stress cronico, ipercompetizione, disconnessione emotiva — e finiamo per considerarle “normali” solo perché sono diffuse. La pandemia ha reso visibile qualcosa che era già presente: una struttura sociale che produce solitudine, frammentazione e disuguaglianza, mascherandole da inevitabilità.
Non è un caso che proprio nei momenti di crisi emergano con maggiore evidenza le linee di frattura: chi è più vulnerabile si ammala di più, soffre di più, regge meno. Non perché sia “più fragile”, ma perché è più esposto.

Il trauma: non l’evento, ma la ferita
Uno dei contributi più importanti di Maté riguarda la ridefinizione del trauma.
Nel linguaggio comune, il trauma viene associato a eventi estremi: abusi, lutti, catastrofi. Ma questa è solo una parte della storia. Il trauma, nella sua accezione più profonda, non è ciò che accade, ma ciò che resta dentro.
È la ferita.
Una ferita psicologica ha una caratteristica fondamentale: quando viene toccata, fa male. Ma soprattutto produce una conseguenza meno visibile e più radicale — la disconnessione da sé.
È qui che il discorso si sposta su un piano più ampio: se una cultura richiede costantemente adattamenti che implicano la rinuncia a parti di sé (emozioni, bisogni, autenticità), allora quella cultura non è neutra. È, in una certa misura, traumatizzante.

Una società che normalizza la disconnessione
In questo senso, l’idea che esistano persone “traumatizzate” e altre “normali” diventa una semplificazione rassicurante, ma falsa.
Più realisticamente, siamo tutti collocati lungo uno spettro di ferite. Alcune più visibili, altre più silenziose. Alcune legate a eventi evidenti, altre generate da micro-adattamenti ripetuti nel tempo: il dover essere adeguati, performanti, accettabili.
Questo non significa negare le differenze — esistono condizioni in cui il trauma è più intenso, più sistemico, più violento (povertà, discriminazione, marginalità). Ma significa riconoscere che il problema non riguarda solo “alcuni”.
Riguarda la struttura.
Il fraintendimento contemporaneo del trauma
Oggi il termine “trauma” è ovunque. Ma la sua diffusione non coincide necessariamente con una maggiore comprensione.
Spesso viene utilizzato per descrivere esperienze dolorose ma ordinarie, perdendo profondità. Al tempo stesso, si continua a sottovalutare quanto le esperienze precoci, le dinamiche relazionali e il contesto sociale incidano in modo duraturo sulla salute mentale e fisica.
Questa banalizzazione ha un doppio effetto: da un lato svuota il concetto, dall’altro impedisce di coglierne la reale portata.

Malattia come risposta, non come errore
Forse il punto più destabilizzante della prospettiva di Maté è questo: molte delle condizioni che chiamiamo “malattie” possono essere lette, almeno in parte, come risposte adattive.
Non nel senso che siano desiderabili o “giuste”, ma nel senso che hanno una logica.
Se un organismo vive in un ambiente che lo costringe a comprimere continuamente stress, emozioni o bisogni, non è sorprendente che, a un certo punto, qualcosa emerga — nel corpo, nella psiche, nel comportamento.
In questa lettura, la domanda cambia: non più “cosa non va in questa persona?”, ma “a cosa sta rispondendo?”.
Tornare alla normalità o rivedere la normalità?
Il desiderio di “tornare alla normalità”, emerso con forza dopo la pandemia, appare allora sotto una luce diversa.
Se quella normalità conteneva già le condizioni che generano sofferenza diffusa, ha senso considerarla un obiettivo?
Forse il punto non è tornare indietro, ma interrogare ciò che abbiamo sempre dato per scontato.
Perché la vera anomalia potrebbe non essere la sofferenza individuale, ma la capacità collettiva di adattarsi a contesti che la producono — e chiamarli, comunque, “normali”.
Se ti interessa approfondire il tema delle conseguenze del trauma:
