Taunting Behavior: la sfida narcisistica del criminale
Nella mente di un killer: “Io sono onnipotente. Non mi scoprirete mai…..Eppure lascio spesso piccoli segni del mio atto, tracce volutamente sottili…e poi vi osservo. Un po’ mi fate pena: siete così prevedibili, così mediocri nella vostra idea di giustizia… ridicoli… siete convinti che tutto abbia una logica, ma qui la logica è solo la mia… Io sono ciò che pensate di aver visto, ma non riuscite ad afferrare . Ogni tanto lascio dei messaggi in codice…. È che ogni tanto mi manca quell’adrenalina, quella scarica che puoi sentire solo quando ti prendi la vita di qualcuno che implora pietà o qualcuno che dà la vita per te. È così che ho ottenuto potere e dominio e superiorità. E mi piace ricordarlo, giocare con voi, vedere come vi agitate inutilmente, mentre siete fuori strada…. Non è cattiveria: per me è la pura conferma che io esisto al di sopra delle vostre regole.”… (Dott.ssa Silvia Michelini)
- Introduzione
In criminologia, l’analisi della condotta criminale si articola tradizionalmente su due piani fondamentali: il modus operandi (MO), ovvero l’insieme delle azioni strumentali e necessarie al compimento del reato, e i signature behaviors che rappresentano la dimensione espressiva, simbolica ed emozionale dell’agito criminale.
Il modus operandi risponde alla logica dell’efficacia e dell’opportunità; la signature, invece, è la traccia identitaria e psicologica che l’autore imprime sul delitto.
Esempi di signature behaviors:
- L’atto di sfregiare la vittima
- Il posizionamento o occultamento del cadavere in un modo specifico
- Altri rituali che non sono necessari per la commissione del reato
Accanto a queste due dimensioni, la criminologia clinica ha introdotto un ulteriore livello di osservazione: quello delle post-offense communications, ossia l’insieme dei comportamenti comunicativi messi in atto dopo il reato, attraverso i quali l’autore continua a interagire — direttamente o indirettamente — con l’ambiente investigativo, mediatico o sociale.

- Le Post-Offense Communications: definizione, funzioni e cornice clinica
Per post-offense communications si intendono tutte le condotte comunicative successive al reato, che possono assumere forma verbale, scritta, simbolica, mediatica o ritualizzata.
Non sono parte dell’esecuzione del crimine in senso tecnico, ma rappresentano una sua estensione psicologica e narrativa.
Queste azioni possono includere, tra le altre:
- contatti diretti con la polizia o i media,
- invio di lettere, email, messaggi cifrati o oggetti,
- pubblicazione di contenuti in codice e messaggi cifrati online
- rituali simbolici volti a mantenere vivo il controllo sulla scena del crimine.
Dal punto di vista funzionale, le post-offense communications rispondono a diverse possibili necessità psicologiche dell’autore del reato, tra cui:
- Controllo della narrazione: mantenere il potere sul modo in cui il crimine viene interpretato e ricordato e anche depistare le indagini.
- Regolazione emotiva: prolungare l’eccitazione e l’attivazione psichica legata al reato.
- Gratificazione egosintonica: nutrire il senso di grandiosità, unicità o superiorità.
- Riduzione dell’ansia post-reato: in alcuni profili, la comunicazione serve per modulare tensione e senso di incertezza.

È in questo quadro che si colloca il taunting behavior.
- Il Taunting Behavior (condotta provocatoria post-delitto)
Il taunting behavior è una forma specifica di post-offense communication che consiste in comunicazioni provocatorie, derisorie o sfidanti rivolte agli investigatori, ai media o all’opinione pubblica. Il termine indica una condotta intenzionale tramite cui il soggetto:
- provoca e umilia chi si occupa del caso,
- esibisce competenza, “furbizia” o superiorità,
- riattiva il potere esercitato durante il crimine, trasferendolo sul piano comunicativo.
È un comportamento con una chiara natura espressiva, teatrale e narcisistica: non è necessario al reato, non ha valore operativo, ma serve a riaffermare l’immagine di sé che l’autore vuole proiettare.
Dal punto di vista clinico-criminologico, il taunting behavior presenta alcuni elementi ricorrenti:
- Intenzionalità comunicativa: il messaggio è pensato per essere ricevuto.
- Asimmetria di potere: la comunicazione mira a ristabilire la posizione di dominio tra autore e istituzioni.
- Esibizionismo egosintonico: il soggetto trae piacere dall’attenzione e dalla “performance” narrativa.
- Richiesta implicita di riconoscimento: sotto la provocazione si cela spesso un bisogno profondo di essere visti, temuti, riconosciuti come “speciali”.

- Una lettura psicodinamica: il “trionfo narcisistico”
In una prospettiva psicodinamica, il taunting behavior può essere compreso come una behavioral manifestation of narcissistic triumph — una manifestazione comportamentale di trionfo narcisistico.
Il messaggio, il contatto o la provocazione non sono un semplice “gioco”, ma un modo per mantenere viva l’illusione di superiorità e invulnerabilità.
L’autore, attraverso la comunicazione post-reato, ottiene:
- mantenimento del Sé grandioso (“sono più intelligente di voi”),
- conferma della propria unicità (“nessuno è come me”),
- continuità dell’eccitazione criminale (la “carica” non termina con il delitto),
- controllo simbolico dell’Altro (vittime, media, investigatori, società).
Psicologicamente, è come se il reato non finisse nel momento dell’atto:
il crimine diventa un processo a due fasi — l’agito e la sua eco narrativa, che prosegue finché il soggetto riesce a restare al centro della scena psichica e collettiva.
In soggetti con organizzazione narcisistica o disturbi di personalità con tratti sadici, il taunting behavior diventa un rituale di conferma identitaria: l’autore non può “lasciar morire” il crimine, perché esso sostiene un equilibrio psichico fragile, dipendente dal potere sull’Altro.
- Case Studies – Tre esempi clinico-criminologici
Di seguito tre casi emblematici in cui il taunting behavior si manifesta in forme diverse, ma con un comune denominatore psicologico: il bisogno di controllare la narrazione e riaffermare un Sé grandioso attraverso la provocazione post-delitto.
BTK – Dennis Rader
Dennis Rader, noto come BTK (Bind, Torture, Kill), rappresenta uno dei casi più espliciti di taunting behavior. Tra gli anni ’70 e i primi 2000 inviò lettere alla polizia e ai media, fornendo dettagli sui suoi crimini, rivendicazioni e richieste di attenzione.
Le comunicazioni di Rader erano cariche di elementi narcisistici: giochi di parole, poesie, riferimenti colti e tentativi di pilotare l’immagine pubblica di sé come “maestro del crimine”. Il suo scopo non era solo eludere la cattura, ma gestire la narrativa del caso, ribadendo il proprio ruolo di autore “intelligente” e “imprendibile”.
Il taunting behavior di BTK mostra come la comunicazione post-reato sia un mezzo per prolungare il dominio psicologico sugli investigatori e preservare l’illusione di invulnerabilità.
Zodiac Killer
Zodiac divenne noto non solo per gli omicidi commessi in California tra il 1968 e il 1969, ma per i suoi messaggi cifrati e lettere inviate alla stampa. Le sue comunicazioni contenevano enigmi, simboli e richieste di pubblicazione sulle prime pagine dei giornali, pena nuovi omicidi.
Lo Zodiac utilizzava la comunicazione come palcoscenico: cercava pubblica risonanza, sfidava la polizia a decifrare i codici e si nutriva della propria immagine criminale mediatica.
La componente di taunting era evidente: la provocazione non solo manteneva alto il controllo sulla narrazione, ma creava un teatro di paura collettiva, rafforzando la sua identità immaginaria di “genio oscuro”.
Ted Bundy
Ted Bundy, oltre alla violenza dei delitti, esibì un modello di post-offense communication che assunse la forma della cooperazione apparente con le autorità: interviste mediate, conversazioni controllate e disponibilità selettiva a fornire informazioni. Questa collaborazione non fu esclusivamente strumentale per ritardare l’esecuzione o ottenere vantaggi procedurali; assumeva anche una valenza performativa: Bundy si poneva sul palcoscenico investigativo, gestiva la propria immagine pubblica e testava i confini del potere statale. In termini clinico-criminologici, la sua condotta si configura come una variante di taunting behavior: una sfida sottile che confermava la sua superiorità narcisistica e il piacere di rimanere al centro dell’attenzione investigativa e mediatica.
- Implicazioni cliniche e investigative
Sebbene le post-offense communications — e il taunting behavior in particolare — non costituiscano prova in senso giuridico, assumono rilievo clinico e investigativo.
Dal punto di vista clinico, esse rappresentano:
- indicatori del funzionamento di personalità, soprattutto per quanto riguarda aree narcisistiche, sadiche, paranoidi o antisociali;
- forme di regolazione dell’autostima e dell’angoscia, utili per comprendere i bisogni psicologici legati al reato;
- materiali narrativi che permettono una lettura dell’identità criminale oltre il momento dell’agito.
Dal punto di vista investigativo, l’analisi del taunting behavior può:
- offrire elementi per profilare la personalità (education level, stile cognitivo, livelli di grandiosità, bisogni di riconoscimento);
- contribuire a identificare pattern ricorrenti tra autori seriali;
- indicare quando la comunicazione è strumentale (per depistare) o espressiva (per nutrire il Sé).
Tuttavia, l’interpretazione richiede cautela: una lettura superficiale rischia di sovrastimare il valore delle comunicazioni o, al contrario, di patologizzare eccessivamente comportamenti che possono avere anche una dimensione strategica o difensiva.
- Conclusioni
Il taunting behavior rappresenta una componente significativa delle post-offense communications e permette di comprendere come il crimine, per alcuni soggetti, non sia un evento puntuale ma un processo esteso nel tempo.
Se il modus operandi esprime abilità e necessità operative, e la signature rivela la matrice emotivo-simbolica dell’agito, il taunting behavior illumina la fase narrativa e relazionale del crimine, dove l’autore continua a esercitare potere attraverso la parola, il simbolo o il gesto comunicativo.
L’integrazione tra criminologia investigativa e psicodinamica consente di cogliere la dimensione profonda di queste condotte, andando oltre il dato fenomenico.
Il taunting behavior appare così come una ritualizzazione del trionfo narcisistico, una strategia di mantenimento del Sé grandioso che impedisce la chiusura psichica e simbolica del reato.
Per i professionisti dell’area forense e clinica, riconoscere e comprendere tali comportamenti significa non solo arricchire la lettura del caso, ma sviluppare un’attenzione più fine alla continuità psichica del crimine, dal gesto materiale alla sua eco comunicativa, mediatica e identitaria.
bibliografia
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