Il narcisista patologico in tribunale: Dinamiche cliniche, limiti del sistema e necessità di competenze specialistiche nelle separazioni ad alta-conflittualità con un narcisista patologico.
(con il termine narcisista patologico ci si riferisce sia a uomini che donne).
Il narcisista patologico non vive la separazione come uno spazio di chiarimento in cui elaborare la fine del legame e, per quanto doloroso, cooperare con l’ex partner.
I narcisisti patologici vivono le separazioni — soprattutto quelle da loro mantenute costantemente su un livello conflittuale, nonostante gli sforzi di tutti (avvocati, psicologi, ex partner, mediatori, ecc.) — come eventi nefasti, all’interno dei quali si collocano invariabilmente nella posizione della vittima.
I NP non riescono ad assumersi le proprie responsabilità, perché questa “falla” del sistema, non è contingente, ma appartiene al loro assetto mentale, o meglio ad un vero e proprio dissesto mentale.
La proiezione della colpa è dovuta a una carenza di insight (capacità di riflettere e guardarsi dentro), che deriva a sua volta, dalla necessità di proteggere un Sé fragile ma grandioso, dietro al quale si nasconde un profondo senso di vuoto interiore. I NP mettono in atto numerose strategie per spostare costantemente la colpa all’esterno, attraverso meccanismi di difesa quali la negazione, la svalutazione e la proiezione, che impediscono loro di riconoscere i propri difetti e le proprie responsabilità, interpretando i fallimenti come attacchi esterni piuttosto che come possibili occasioni di crescita. Questo funzionamento è stato messo in relazione anche a possibili anomalie strutturali cerebrali, come la riduzione della materia grigia nell’insula, area cruciale per l’empatia e l’autoconsapevolezza.
I NP vivono i conflitti e, in particolare, le separazioni come un palcoscenico e/o come un campo di battaglia relazionale, in cui l’obiettivo non è la verità, ma il mantenimento del potere e la conservazione di un’immagine pulita e intatta di sé stessi.

Per un NP la fine del matrimonio, o la fine di qualcosa che considerava un “oggetto nelle sue mani”, rappresenta un fallimento della propria illusione di onnipotenza: uno squarcio di pericolosa vulnerabilità nella sua armatura scintillante, una potenziale incrinatura nel suo ruolo di vittima o di persona di “indiscusso spessore morale”. (Dr.ssa Silvia Michelini).
La menzogna, in questi soggetti, non è episodica né reattiva: è una modalità strutturata di funzionamento.
Per menzogna non s’intende solo un fatto omesso o raccontato male, ma, a certi livelli di gravità, di un vero e proprio distacco dalla realtà, che mantiene intatte tutte quelle strutture cognitive atte a formulare “strategie di prevaricazione e di sopravvivenza primitive”, che si adattano bene alla società attuale “narcisistic-oriented”.
Il punto è che (a determinati livelli di gravità e ognuno secondo il suo gradiente di moralità) i NP sono convinti di essere vittime, perché manca loro quel tassello per riconoscere che molte delle conseguenze a cui vanno incontro nella vita sono dovute alle loro azioni, reiterate senza pietà, a cui non sono mai seguite riparazioni o spiegazioni.
Questo stato di dissonanza perenne – li incastona in un mondo fantasioso e imprevedibile, dove improvvisamente qualcuno “gli fa causa senza motivo” o li lascia senza motivo. Loro frammentano la realtà, negando la loro parte di compartecipazione e concentrandosi solo sulla reazione dell’altro (che è lecita, ma da loro considerata folle e ingiustificata).
Ecco che – se ad esempio – dopo quindici anni di maltrattamenti, in cui vi viene ripetuto che siete il peggio del mondo (ed è proprio il narcisista a chiedere la separazione perché a detta sua – siete la causa della loro infelicità), oserete finalizzare questa richiesta, esausti di provare milioni di strategie per renderli felici o perlomeno tenerli quieti, vi dirà che siete dei bastardi perché li lasciate; ai loro occhi siete dei debosciati senza valori sfasciafamiglie (anche se magari chiedete la separazione perché avete scoperto che ha una seconda vita). Per questo il narcisista patologico, si sentirà autorizzato ad odiarvi a vita e a farvi “la guerra” (apertamente o in modo subdolo e strategico).
E ciò accadrà come una vera e propria “vendetta per un torto mai subito”.

La responsabilità della fine della storia resta a voi e dopo che vi hanno INDOTTO a lasciarli inscenano il dramma dell’abbandono o la svalutazione dell’aver perso una persona che “li ha delusi e a cui avevano dato tutto”.
Praticamente, non c’è solo il danno, ma anche la beffa, perché si prendono “la vostra parte” e descrivono agli altri loro stessi come se foste voi; loro possono così continuare ad incarnare il ruolo delle vittime con tutti — amici, conoscenti e parenti — iniziando anche un vero e proprio tentativo di distorsione della realtà, finalizzato a mantenere intatta la loro immagine e a infangare la vostra.
Un altro obiettivo è anche isolarvi per dimostrarvi che “il problema eravate voi”.
I figli sono spesso gli strumenti usati per mantenere su di voi un controllo a distanza, oppure vengono coinvolti come partecipanti attivi, testimoni del dramma, in cui il narcisista prende parte in qualità di istrione provetto.
Nelle aule di tribunale i NP possono apparire controllati, coerenti, persino collaborativi. Questa rappresentazione, tuttavia, non va confusa con la reale affidabilità. È parte integrante della dinamica manipolativa, costruita per influenzare la percezione di chi osserva.
Affrontare un narcisista patologico in sede giudiziaria è particolarmente complesso proprio perché il contesto istituzionale tende, almeno inizialmente, a valorizzare l’immagine sociale vincente, la sicurezza formale, la capacità argomentativa, la padronanza del linguaggio oppure chi si comporta come una vittima credibile (anche se non lo è). Tutti aspetti che questi soggetti sanno utilizzare con grande abilità.
I contesti giudiziari più esposti
Le dinamiche descritte emergono con maggiore frequenza in:
- procedimenti penali in cui il narcisista è autore del fatto e la controparte è vittima;
- separazioni e divorzi ad alta conflittualità, soprattutto in presenza di interessi economici rilevanti;
- contenziosi sull’affidamento e sulla responsabilità genitoriale;
- contenziosi sulle eredità
- cause di restituzione di beni o somme indebitamente trattenute.
Nei procedimenti di separazione si osserva spesso una marcata asimmetria: il narcisista si presenta come stabile, centrato, padrone della situazione; l’ex partner arriva dopo un lungo periodo di pressione psicologica, con segni evidenti di stress, iperattivazione e perdita di fiducia.
Questa discrepanza non è casuale, né indicativa di una fragilità originaria della vittima, ma rappresenta uno degli esiti tipici della relazione abusante. Questo stato post-traumatico viene spesso confuso con inaffidabilità, tendenza a polemizzare, oppositività, carattere instabile, ma in realtà si tratta di stati di ABUSO REATTIVO, a volte intenzionalmente generati dai NP (soprattutto maligni). L’obiettivo è sfinirvi, vedervi cedere. Voi eravate un loro oggetto di proprietà: come avete osato far valere i vostri diritti?

Il ruolo dell’avvocato e l’importanza delle competenze.
Negli ultimi anni il termine narcisismo è entrato anche nel lessico giuridico. Sempre più avvocati scrivono articoli sul tema e si interessano di narcisismo. È un fenomeno comprensibile, ma che richiede una precisazione netta: il narcisismo patologico non è una materia giuridica, ma clinica. Capire come i narcisisti si muovono nelle stanze degli avvocati è utile, ma non è sufficiente. Per questo la migliore strategia per chi si sta separando da un narcisista patologico grave è di avere un avvocato specializzato in diritto di famiglia che collabora con uno psicologo specializzato in relazioni disfunzionali narcisismo e violenza domestica.
Conoscerne davvero il funzionamento infatti, non significa solo riconoscerli (e già sarebbe un passo avanti perché molto spesso avvocati e terapeuti inesperti cadono nella trappola dei NP), ma comprendere i meccanismi di mimetizzazione, l’inversione dei ruoli, la costruzione di narrazioni vittimistiche, l’uso strumentale della comunicazione e delle azioni legali per sfinire l’ex-partner. Tutti aspetti che, se non colti, possono alterare profondamente l’andamento di un procedimento.
Nella pratica clinica è frequente incontrare persone assistite da avvocati che, in assenza di una formazione specifica o un supporto sul narcisismo patologico, finiscono — senza intenzionalità e senza malafede — per esporre il cliente a vittimizzazione secondaria o a pericoli legati ad azioni (pec/diffide) che vengono intraprese o NON intraprese al momento giusto.
Questo accade soprattutto quando l’intervento legale è orientato, secondo modelli tradizionali, a sostenere la coppia verso la bigenitorialità, il compromesso o la mediazione. Tuttavia, mediare è esattamente ciò che un soggetto con una grave caratteropatia non è in grado di fare. In questi casi, strumenti pensati per contesti cooperativi risultano non solo inefficaci, ma potenzialmente dannosi.
Nei procedimenti legati alla violenza domestica o all’abuso relazionale, può accadere che il cliente venga formalmente assistito sul piano giuridico, ma non adeguatamente tutelato sul piano relazionale e comunicativo. Anche laddove vi sia una dichiarata attenzione al tema del narcisismo, spesso non viene fornito un supporto concreto nella gestione delle comunicazioni, nella riduzione del contatto con la controparte, né nel riconoscimento delle trappole relazionali che vengono sistematicamente riattivate durante il processo.

In questi casi, il riferimento al narcisismo rischia di restare una cornice teorica, talvolta comunicativa, ma non realmente operativa.
Per gestire adeguatamente situazioni di questo tipo, non è richiesto all’avvocato di possedere competenze cliniche, ma di lavorare in rete. La complessità di questi casi rende necessario il supporto di professionisti formati sulla psicopatologia della personalità, in grado di affiancare il lavoro legale nella gestione del cliente, nella lettura delle dinamiche e nella prevenzione di ulteriori esposizioni traumatiche.
Affidarsi a un buon avvocato significa prima di tutto affidarsi a un avvocato specializzato in diritto di famiglia, consapevole dei propri limiti e disposto a lavorare in sinergia con i clinici. Non si tratta di sovrapporre ruoli, ma di integrarli.
Narcisismo, manipolazione e professionisti: una distinzione necessaria
Una domanda che ponete spesso è: i narcisisti patologici sono in grado di manipolare anche terapeuti, assistenti sociali e avvocati?.
La risposta è sì, ma non in modo indistinto e non in assenza di condizioni specifiche.
L’accesso del narcisista alla relazione di cura o di consulenza è rara e, quando avviene, è spesso strumentale: tentativi di triangolazione, bisogno di legittimazione, reperimento di informazioni. Nelle forme overt, il funzionamento emerge in tempi relativamente brevi. Diverso è il discorso per le forme covert, che richiedono un tempo di osservazione maggiore.
Nei narcisismi covert l’accesso allo specialista avviene spesso in condizioni di ferita narcisistica, per invio e con ripiegamento sul sé e tonalità dell’umore deflesse. Occorrono alcune sedute per distinguere ciò che appartiene alla sofferenza contingente da ciò che costituisce il nucleo caratteriale.
Non tutti i narcisisti sono manipolativi in senso stretto. Molti attuano prevalentemente difese egoiche proiettive a tutela della propria egosintonia. È quindi necessario valutare il livello di gravità su un continuum che va fino all’anti-socialità, la componente istrionica e il grado di strutturazione della personalità.

Intelligenza, manipolazione e livello di pericolosità
Un aspetto clinicamente rilevante riguarda il livello cognitivo del soggetto narcisista.
Soggetti con risorse cognitive limitate tendono a utilizzare strategie manipolative rudimentali, impulsive, poco pianificate. Possono risultare destabilizzanti, ma difficilmente mantengono un controllo sofisticato nel tempo.
Diverso è il caso di narcisisti con elevate capacità cognitive, spesso con tratti psicopatici, in cui il funzionamento può assumere tratti freddi, calcolati, misurati e stretegici. Ogni mossa è orientata all’ottenimento di un vantaggio, all’evitamento della vergogna, al mantenimento del controllo. La relazione è strumentale, non empatica.
In questi casi, la consapevolizzazione non produce necessariamente un cambiamento, ma può affinare le strategie difensive.
Rendere consapevole un narcisista altamente strutturato non equivale a renderlo meno pericoloso; anzi, come sostiene Kernberg, istruire (in terapia o in consulenza) un narcisista maligno equivale a fornirgli ancora più strumenti per essere più potente a livello di manipolazione.
Non è raro che un narcisista patologico con un QI elevato possa interfacciarsi con un terapeuta o avvocato o operatore meno dotato in tal senso ed avere la meglio. Per questo la formazione sul tema e l’esperienza clinica diretta è fondamentale.
Come emerge la menzogna nel contesto clinico e giudiziario.
Nel contesto clinico-forense la menzogna del narcisista raramente è grossolana. Lo è se ci troviamo di fronte a un narcisista con componenti isterico-borderline o se funziona a livello infantile psicotico (mitomanico). È la tenuta complessiva del racconto nel tempo a rivelarne la natura difensiva.
Le incongruenze emergono nei dettagli, nella variabilità delle versioni, nello scarto tra parole e comportamenti. L’empatia dichiarata non coincide con quella osservabile. Il punto di vista dell’altro viene svalutato o ribaltato.

La tendenza all’inversione dei ruoli è frequente: il narcisista si presenta come vittima credibile, mentre attribuisce all’altro intenzioni manipolative. L’aggressività può essere manifesta o mascherata da passività-aggressività. L’autocritica autentica è assente e i FATTI Parlano al contrario di ciò che dice.
Non è la singola contraddizione a fare la differenza, ma la ripetizione delle incongruenze e il livello del “paradosso narcisistico” ossia quella sfacciata presunzione con la quale pretendono che gli altri credano a una storia narrata fantasiosa anche dinnanzi a fatti e dati che dicono altro.
Gestione del contatto e tutela della posizione
La riduzione del contatto diretto con il narcisista, anche negli spazi del tribunale, è una misura di tutela fondamentale.
Micro-interazioni, sguardi, conversazioni informali vengono utilizzati per ristabilire una posizione di controllo.
Mantenere distanza – ove possibile – non significa evitare totalmente i contatti quando questo è impossibile (figli in comune/procedimenti/mediazioni) , ma evitare la riattivazione della relazione patologica o di farsi triggerare emotivamente cadendo nelle varie trappole dei narcisisti.
Quando l’errore diventa sistemico
In molti contesti di alta conflittualità si continuano ad applicare modelli teorici obsoleti, pensati per conflitti simmetrici.
In presenza di narcisismo patologico questi modelli falliscono, perché neutralizzano l’asimmetria e rendono la violenza invisibile o “colpa di tutti e due”.
Alcuni passaggi procedurali possono costringere la vittima a un contatto prolungato con l’ex partner abusante, con conseguenze psicologiche rilevanti. Non tutte le azioni legali vanno intraprese automaticamente. Alcune vanno evitate, altre ripensate strategicamente.

La necessità di una formazione specialistica
Nei contesti di violenza domestica, abuso familiare e separazioni ad alta conflittualità spesso – non è sufficiente la competenza settoriale di base.
Psicologi, assistenti sociali, forze dell’ordine, avvocati, e altri importanti figure che operano nel settore non sempre posseggono tutti gli strumenti adeguati al riconoscimento complessità della psicopatologia della personalità. La formazione deve essere specifica, aggiornata e interdisciplinare, condotta da psicologi clinici, criminologi e/o altre figure specializzate con anni di esperienza sul campo.
Senza questa formazione il rischio è che il sistema stesso diventi, inconsapevolmente, uno strumento di reiterazione della violenza (vittimizzazione secondaria).
Proprio così. Io sono stata fortunata ad essere stata assistita da un’avvocata molto preparata.
Sono invece preoccupata per una mia carissima amica che sta proprio subendo la vittimizzazione secondaria.
È distrutta e non vede via di uscita. Come poterla aiutare?